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Ansia

IN-FERTILITÀ E PSICOTERAPIA DELLA GESTALT: FIORISCONO VUOTI DALLA MALINCONIA

Mi trovo davanti ad un foglio bianco, ora. Rileggo la frase appena scritta, muovo le dita del piede destro, con la mano sinistra mi tocco la barba. Il respiro di tanto in tanto è intervallato da un profondo sospiro. Il corpo un po’ pesante, mi dico che sono stanco, sento un po’ di paura e agitazione per situazioni da affrontare e al tempo stesso eccitazione, voglio continuare a scrivere. Chiudo gli occhi e pongo l’attenzione sui suoni che mi circondano. Il vento, è forte mi dico, arriva una immagine. Un lungo ponte in balia di questa naturale forza, ed io che mi aggrappo da una parte e dall’altra e giù il mare e lentamente, un passo dopo l’altro arrivo sulla terra ferma. Non mi chiedo perché. Lascio che succeda, piuttosto descrivo ciò che sento, immagino e penso. Mi concedo il diritto di esistere così come sto, con paura, agitazione, eccitazione, tristezza, ora. Non mi chiedo perché e così facendo ogni sensazione, emozione, pensiero, immagine via via si fa più debole fino a svanire.

E tutto si tras-forma.

Impegnativo mi dirai. Si, molto impegnativo e al tempo stesso semplice se ci si abitua. Perché di abitudine stiamo parlando. Abbiamo imparato per molto tempo a dirci “così non vai bene”, “devi reagire”, “chi si ferma è perduto”, “ci pensi troppo”, “devi pensare positivo”, “sei troppo negativa”. E ci siamo abituati. Ora se vogliamo possiamo abituarci ad altro e cioè a creare vuoto.

A lasciare che tutto emerga così com’è, senza imporsi di dover spingere il fiume controcorrente. E perché allora non lo facciamo? Perché il vuoto fa paura. Perché ci siamo convinti che il vuoto vada riempito con cose belle, giuste e piacevoli. Perché crediamo che il vuoto abbia a che fare con il nero, con la perdita di tempo, con la sconfitta. E se invece aspettiamo che dal vuoto emerga qualcosa, che cosa accade? Forse la parte più sana di noi, quella che lentamente parte dalla pancia, passa dal cuore per arrivare alla testa si sentirebbe vista e avrebbe un po’ di voce per farsi ascoltare. Quella parte di noi che teniamo sempre sotto cumuli di controllo giudicante inizierebbe a reagire e a farci sentire un po’ più vivi. Bisogni, desideri, sogni, incubi, pene, fantasie, malesseri, gioie, massi sulla pancia, amaro ingoiato, vissuti passati, dimenticati dalla mente e scritti sul corpo. Diventeremmo finalmente Persona alla quale dare la possibilità di esistere. Certo può fare anche male, ma meglio sentire il male e costruire strade per starci nel migliore modo possibile invece che non respirare e fingere di essere vivi.

È questa la strada giusta? No, è la propria strada. Ed ognuno ha la sua. L’unica che può chiarire la via. Perché vedete, in realtà siamo fatti di vuoto. Tra un atomo e l’altro c’è il vuoto. Tra una cellula e l’altra c’è il vuoto. Il vuoto c’è tra due pensieri. Come farei a vedere altro da me se non ci fosse il vuoto?

Come può crescere una pianta se davanti a sé non trova il vuoto? Come potrebbe un pittore dare forma e colore alle sue immagini se non avesse un foglio bianco? Come potrebbe un uccello volare se non ci fosse vuoto? Come potrebbe nascere un bimbo, se davanti alla sua testa non ci fosse il vuoto? Il problema dunque non è il vuoto. Esso esiste di per sé. Il problema è che i vuoti possono essere fertili, IN-fertili e sterili. Chi può dirlo? Solo tu e ognuno per se stesso, poiché la fertilità o meno di un vuoto ha a che fare con ciò che vogliamo ed accettiamo di ricevere da quel vuoto. La fertilità è data dai bisogni e dalle intenzioni. Ha a che fare con il tendere verso e non con il pretendere cose. Ma se non sperimentiamo l’esperienza del vuoto, come facciamo a vedere i nostri bisogni e le nostre intenzioni? I vuoti non sono immobili e definitivi. Dipende da cosa ci facciamo con ciò che emerge ed è proprio questo diverso e creativo fare che può trasformare un vuoto sterile, in uno IN-Fertile e Fertile. Dipende da quello che proviamo dopo aver fatto qualcosa. Se è piacevole o spiacevole. Si tratta dunque di ri-prendersi i propri vuoti vedendoli come un’opportunità per sé. Si tratta di fare vuoto per accogliere se stessi e altro da sé. Si tratta di stare nel vuoto dell’attesa, nel vuoto della coppia, nel vuoto tra una visita e l’altra, nel vuoto scevro da tutte le aspettative che ci siamo creati su di noi, sugli altri e sulla nostra esistenza. Si tratta di fare vuoto delle aspettative che gli altri hanno riposto su di noi. Perché né io, né tu siamo al mondo per soddisfare le aspettative dell’altro. Per sperare si, perché possano fiorire vuoti dalla malinconia.

Fabio Specchiulli Psicoterapeuta della Gestalt

Esperto in psicologia dell’in-fertilità

www.fabiospecchiulli.it

Firma Marta-01

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